La patologia dello spirito (“nevrosi” et coetera) conseguente al peccato originale

Lo Stamm freudiano, terzo tra medico e prete, è quello che sa unificare vizio e psicopatologia, morale e psicologia[1], spirito e psi­che, fino a permettere di riconoscere questa unificazione già nella densità del racconto o mito delle origini (Genesi). Vediamolo ri­salendo dal terra-terra della descrizione clinica fino al vizio logico di partenza. Descriviamo la nevrosi o patologia dello spirito:

  1. nel Genesi rintracciamo descritta la celebre terna psicopatolo­gica freudiana, inibizione, sintomo, angoscia: vergogna-isola­mento (fenomeno sociale ossessivo), vergogna-rossore (feno­meno vasomotorio isterico), il pensiero coatto “nudità” (ancora ossessivo), angoscia o paura senza oggetto adeguato;
  2. introduzione del dissidio uomo-donna a opera di Adamo: in­fatti questi si dissocia da Eva accusandola («è stata lei!»), e l’esegesi cristiana ahimè è stata d’accordo con Adamo, accam­pando la debolezza costituzionale della donna come excusatio non petita (avete mai incontrato una donna debole, special­mente quando si presenta come debole? La donna “debole” è mannara, da Mann) ;
  3. separazione dell’amore dal lavoro («sudore della fronte»), con servilità del lavoro produttivo e deviazione dell’amore impro­duttivo verso la patologia autoreferenziale dell’innamoramen­to: ecco la freudiana “introduzione del narcisismo”; con necessaria associazione del dolore (“partorirai con dolore”) all’unico prodotto residuo dell’“amore”, i figli; introduzione del fratricidio come dimensione dello spirito preliminare, an­che in tempo di pace e sorrisi, allo spargimento di sangue;
  4. “nudità” prima che pensiero coatto (il pensiero di coprire) è idea delirante, senza corrispettivo in natura. C’è un passaggio di pensiero che è passaggio di civiltà: dal pensiero dell’abito come supplemento idoneo a presentare degnamente, al partner e al mondo, un corpo che non manca di nulla, al pensiero dell’abito come complemento finalizzato a coprire un corpo ideato come mancante (i sogni di nudità sono sogni d’angoscia).[2] Un mio adagio più volte ripetuto suona: Adamo e Eva la sera vestivano l’abito da sera. Nello stesso amar sexualis non c’è nudità perché l’un corpo fa da abito da sera al corpo dell’altro. Ecco uno dei destini di una teoria della mancanza, si veda poco oltre, che si è imposta ed è venuta a occupare o assediare (“ossessione”) il pensiero. Nel suo riferimento stretto ai sessi, questa idea delirante è tutt’uno con un’altra, quella di un’autonoma “sfera” sessuale con proprie leggi: è la plurimillenaria ideologia patologica dell’esi­stenza di istinti sessuali, o anche l’assurda astrazione sessual-ità, su cui poi l’educazione dovrà intervenire con i suoi co­mandi (tradizionalmente per moderarla, ma perché non per scatenarla? Anche questo può essere un oppio per tenere “buona” la gente, come i Prolet del 1984 di Orwell). È a que­sta idea di sapore platonico che va riferita la parola “concupi­scenza” come designante una coazione del pensiero: i moralisti ne hanno tradito il concetto rinforzando l’idea delirante con la loro ideologia morale (tutte le morali sessuali, ossia specia­lizzate nella “sfera”, sono moralmente inquinate dalla teoria dell’esistenza di autonome mete sessuali). Le morali non hanno mai passato l’esame di moralità. La moralità non si fa dai principî ma dalle conseguenza («l’albero si giudica dai frutti»). L’idea stessa di astinenza virtuosa è viziata e viziosa (oggi abbiamo dei gay che fanno voto di astinenza omosessuale);
  5. infine, la madre di tutti i vizi e di tutte le teorie patogene o traumatiche: la teoria presupposta di una mancanza, una teoria sistematizzante perché la si deve ritrovare a tutti i livelli. La si ritrova subito come il contenuto della tentazione del racconto delle origini: si tratta dell’idea, ancora delirante, di ciò che manca per essere “come Dio”, “Dio” essendo proposto come Ideale o come Sommo rispetto al quale misurare la Non c’è bisogno di essere credenti per essere occu­pati da questa teoria, l’Ideale astratto ne è il contenuto: la superbia è la teoria stessa, non il perseguire il fine di essere “come Dio”. La superbia è l’Ideale (Freud è rimasto insupera­bile in questo), o il “narcisismo” (non insisto[3]). Il Tentatore mentiva rispetto a un assunto di base precedente: poiché era­no già “a immagine e somiglianza” col beneplacito di Dio, non mancavano di nulla rispetto a Dio (verità anche per l’ateo), dunque non potevano compiere il peccato di voler di­ventare come lui.

[1] Cito a memoria una frase degli Scritti di J. Lacan: «Freud ha fatto rientrare la psicologia nell’ambito della morale».

[2] Ciò che dico apre un campo di osservazione sovrabbondante e alla portata di tutti: ogni individuo potrà essere distinto nel suo vestire secondo il fine del presentare o del coprire.

[3] Rinvio al mio saggio: Una logica chiamata uomo, che inaugurava il Corso annuale dello Studium Cartello 2005-06.

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